Chi è il pediatra transculturale?

Il pediatra transculturale è un medico pediatra che tiene conto delle differenze culturali fra i diversi popoli del mondo, in un’ottica di conoscenza, accettazione, scambio e integrazione dei saperi per la promozione di una cultura multietnica adeguata all’attuale società.

Oggi, l’Italia è a tutti gli effetti un Paese multiculturale, dove vivono circa 1 milione di bambini e ragazzi stranieri regolari. Pari al 10% della popolazione. I Paesi d’origine sono l’Europa centrorientale, l’Africa del Nord, l’Asia – in particolare la Cina – e l’America meridionale. La maggior parte è nata in Italia e costituisce la seconda generazione, dunque più integrata rispetto alla precedente con i nostri stili di vita. Ai minori “regolari” va poi aggiunto un numero non quantificabile di bambini “irregolari”, difficilmente censibili che vivono in condizioni di maggior disagio sociale, sanitario ed economico.

Il bambino immigrato arriva con tutto un suo bagaglio di passato che lascia segni sulla sua pelle  e sulla sua salute. Come ad esempio:

  • Concetti e esperienze di malattia e servizi sanitari possono essere diversi dai nostri
  • Portano le conseguenze di diritti violati
  • Non conoscono i loro diritti
  • Temono per il fatto di essere in posizione irregolare

Ecco allora emergere la figura del pediatra transculturale: un medico che saprà diffondere la promozione della salute, della cultura dell’accoglienza; che rispetterà le tradizioni etniche delle famiglie di origine che rappresentano i presupposti per il miglioramento della qualità dell’assistenza alle persone straniere e in particolare alle madri immigrate e ai loro bambini.

Per il pediatra transculturale conoscere le tradizioni e tenerne conto garantirà il soddisfacimento delle esigenze – anche nutrizionali – del bambino, nel rispetto delle esigenze culturali e religiose.

Insomma…

… è ormai chiaro che i flussi migratori verso i Paesi industrializzati non rappresentano un fenomeno provvisorio, ma sono destinati a trasformare molto profondamente la società degli stati ospitanti. Oltre alla fase dell’emergenza, occorre oggi prevedere percorsi d’integrazione mediante strategie interculturali nel reciproco rispetto.

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