Stop al glifosato!

La FIMP aderisce all’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE): Vietare il glifosato e proteggere le persone e l’ambiente dai pesticidi tossici. Invitiamo tutti ad aderire all’Iniziativa dei Cittadini Europei registrandosi e firmando sul sito:

https://stopglyphosate.org/

Per approfondire l’argomento, leggi anche: Glifosato il perchè di un allarme

di Giorgio Pitzalis
Responsabile scientifico Fimp Roma e Provincia

I Paesi della Comunità Europea hanno approvato nel mese di luglio 2016 una proposta della commissione ambiente al fine di limitare l’uso del glifosato, prodotto dalla Monsanto (che lo distribuisce con il nome commerciale di Roundup). La decisione contraddice, in linea di principio, la scelta di prolungare l’autorizzazione all’uso del glifosato di altri 18 mesi che era stata adottata solo qualche giorno prima. In questo modo, infatti, il principio di precauzione che sottende ai trattati costitutivi dell’UE non viene affatto rispettato. Inoltre, la commissione ha deliberato che gli Stati mettano delle restrizioni all’uso del glifosato nelle aree pubbliche, specie se frequentate da bambini (un qualsiasi parco, dunque), e li impegna a “prestare particolare attenzione” alla protezione delle falde acquifere.

Ma perché tutta questa attenzione a questo glifosato? E di cosa si tratta?

Il glifosato è un diserbante non selettivo ed è quindi tossico per tutte le piante. Viene assorbito per via fogliare ma successivamente traslocato in ogni altra posizione della pianta, comprese le radici. L’assorbimento del prodotto avviene in 5-6 ore, e il disseccamento della vegetazione è visibile in genere dopo 10-12 giorni. Sconosciuto ai più fino a un anno fa, oggi il glifosato è al centro di una delicata querelle scientifica e politica. Da un lato c’è la posizione dello IARC (agenzia dell’OMS di ricerca sul cancro), che nel 2015 lo ha classificato come “probabile cancerogeno per l’uomo” in uno studio pubblicato su The Lancet Oncology (volume 16, n.5 p490–491, May 2015). In particolare, lo IARC lo include nella stessa categoria di cancerogenicità (2A), cioè sostanze di cui risulta una limitata evidenza di cancerogenicità nell’uomo, ma una sufficiente prova di cancerogenicità nei
test su animali, al pari delle emissioni da frittura in olii e delle carni rosse cotte ad alta temperatura. Dall’altro quella dell’EFSA, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, che invece a novembre dello stesso anno lo ha assolto e ha fissato la dose massima di assunzione giornaliera in 0,5 mg per kg di peso corporeo. Intanto in molti Paesi si allarga la schiera di chi è contrario all’uso del pesticida. Stiamo parlando dell’erbicida più diffuso al mondo, sintetizzato per la prima volta nel 1950. Da allora viene irrorato con numeri impressionanti: con 8,6 miliardi di chilogrammi spruzzati nel 2014, il volume di glifosato utilizzato è sufficiente a trattare tra il 22 e il 30% dei campi coltivati nel mondo. Mai nessuna sostanza è stata aspersa su una superficie mondiale tanto vasta. Nel giugno 2015, il ministro francese dell’ecologia ha chiesto ai vivai e ai centri di giardinaggio di vendere il glifosato non da scaffalature aperte al pubblico: si tratta, tuttavia, di una semplice richiesta che non impedisce la vendita del prodotto in Francia. Ragioni di Stato e ragioni di mercato impediscono di leggere gli studi finanziati dalla Monsanto e conosciuti dall’EFSA, dove il pesticida è dichiarato innocuo per la salute, perché bisogna “proteggere gli investimenti”. In pratica l’EFSA ha usato come base diversi studi, effettuati da quelle stesse multinazionali che commercializzano il glifosato. I dati sono di loro proprietà, e mettono il veto: vietato pubblicarli. Nel frattempo il glifosato, l’erbicida più controverso del momento, è rinvenuto in alte concentrazione in 14 marche di birra tedesche e nelle urine stesse dei cittadini, così come, dall’altra parte del mondo, nel latte materno delle donne statunitensi. Anche in Italia questo prodotto sta contaminando i cibi italiani. Il Test-Salvagente di aprile 2016 ha effettuato le prime analisi nel nostro Paese su 100 alimenti a base di cereali (e sull’acqua potabile), scoprendo che tracce di glifosato sono presenti nella pasta e in altri prodotti come fette biscottate e corn-flakes. La rivista ne parla come di “una roulette russa” che difficilmente può assicurare aziende e consumatori. Perché diversi lotti di una stessa marca non sono tutti uguali: ce ne sono alcuni in cui l’erbicida è stato rilevato e altri in cui non è presente. Idem per l’acqua di rubinetto: prelievi effettuati a poca distanza tra loro possono contenerne o esserne privi. In più, l’analisi sull’acqua potabile ha mostrato in 2 casi su 26 la presenza di Ampa (ac. aminometilfosforico, derivato del glifosato) in concentrazioni superiori ai limiti di legge. Fortunatamente i residui riscontrati nei prodotti a base di cereali sono sempre stati inferiori ai limiti di legge, ma testimoniano una contaminazione molto diffusa del glifosato nel cibo e poco evitabile dai consumatori di prodotti da agricoltura convenzionale. Tra l’altro è emersa una curiosa relazione tra glifosato e malattia celiaca, e, più in generale, l’intolleranza al glutine, che è un problema crescente in tutto il mondo, ma soprattutto in Nord America e in Europa, dove si stima che fino al 5% della popolazione ne sia affetta. I sintomi includono nausea, diarrea, eruzioni cutanee, anemia macrocitica, cambiamenti di umore e stanchezza. Si tratta di una malattia multifattoriale associata a numerose carenze nutrizionali, nonché a disturbi della sfera riproduttiva e aumento del rischio di patologie a carico della tiroide, insufficienza renale e neoplasie. Secondo alcuni ricercatori (1) il glifosato, è il più importante fattore causale in questa epidemia. Prodotti ittici esposti al glifosato sviluppano disturbi digestivi che ricordano la malattia celiaca. La celiachia è associata, tra l’altro, a squilibri nei batteri intestinali che possono essere pienamente spiegati dagli effetti noti del glifosato sul microbiota intestinale. Caratteristica della celiachia è il ridotto livello di molti enzimi del citocromo P450 (uno dei maggiori attori coinvolti nella detossificazione dell’organismo), la ridotta attivazione della vitamina D3 e del catabolismo della vitamina A, nonchè una insufficiente presenza di acidi biliari e di produzione di solfato intestinale. Carenze in ferro, cobalto, molibdeno, rame e altri metalli rari riscontrati nella malattia celiaca possono essere attribuiti alla rilevante capacità del glifosato di chelare questi elementi. Sono stati inoltre evidenziate carenze di triptofano, tirosina, metionina e seleniometionina associati con la riduzione di questi aminoacidi. Pazienti celiaci hanno un aumentato rischio di linfoma non-Hodgkin, che è stato anche ricondotto all’esposizione al glifosato. Patologie riproduttive associate alla malattia celiaca, come l’infertilità, aborti spontanei e difetti di nascita, possono anche essere spiegati con l’esposizione al glifosato. Ultima considerazione: i residui di glifosato nel grano e in altre colture sono probabilmente in aumento a causa della crescente pratica di irrorare questo erbicida appena prima del raccolto. Di recente (agosto 2016) è entrato in vigore un decreto del ministero della salute che ne limita l’uso e il commercio. È ormai vietato usare glifosato in luoghi pubblici come “parchi, giardini, campi sportivi e zone ricreative, aree gioco per bambini, cortili e aree verdi interne a complessi scolastici e strutture sanitarie”. È vietato anche impiegarlo in agricoltura nel periodo che precede il raccolto e la trebbiatura (cioè quando finisce per restare quasi tutto su ciò che mangeremo). Il decreto inoltre revoca le nuove autorizzazioni a mettere in vendita prodotti fitosanitari che lo contengono. L’Italia così è la prima in Europa a riprendere una raccomandazione della Commissione europea.

A questo punto cosa possiamo fare?

L’impegno dovrebbe essere duplice: pressione verso l’alto e cambiamento dei nostri stili di vita. Dobbiamo chiedere ai governi di far rispettare regole rigide sull’uso dei pesticidi, distanze di sicurezza da case, scuole, parchi e giardini riducendo il loro uso nei campi fino al progressivo divieto; chiediamo di istituire dei biodistretti, di incentivare l’agricoltura biologica, biodinamica o sinergica. Nella nostra spesa quotidiana premiamo i produttori coraggiosi, che ricorrono a metodi di agricoltura rispettosi dell’ambiente, compriamo i loro prodotti (se possibile evitando i canali della grande distribuzione), rechiamoci nei mercati diretti, nei piccoli negozi o tramite i Gas (gruppi di acquisto solidale). Forse è vero, costano un poco di più, ma sono anche più nutrienti e poi quanti sprechi inutili operiamo ogni giorno? Riduciamo questi sprechi e spendiamo un euro in più per un mondo più sano e più giusto.

Bibliografia 1. (1) Glyphosate, pathways to modern diseases II: Celiac sprue and gluten intolerance

e anche

“Le generazioni future non ci perdoneranno i danni che noi stiamo loro facendo”.
(Lorenzo Tomatis – già direttore Iarc Lione)

A cura di:

Giorgio Pitzalis Medico Pediatra - Specialista in Gastroenterologia - Responsabile scientifico Fimp Roma e Provincia

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